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Dante a Ravenna: esilio, morte e storia della tomba

05/09/2026

Dante a Ravenna: esilio, morte e storia della tomba
Foto di: “<a href="https://www.flickr.com/photos/revolweb/36845907165" title="Tomba di Dante Alighieri, Ravenna">Tomba di Dante Alighieri, Ravenna</a>” di <a href="https://www.flickr.com/photos/revolweb/">Revol Web</a>, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/deed.it" rel="license noopener noreferrer">CC BY-SA 2.0</a>

Ravenna è una città che porta il peso della storia con una discrezione rara: tra i mosaici bizantini e le basiliche paleocristiane, custodisce da oltre settecento anni le spoglie di colui che la letteratura italiana considera il suo fondatore. Il legame tra Dante Alighieri e Ravenna non si esaurisce nella semplice geografia dell'esilio — quell'ultimo capitolo di una vita trascorsa lontano da Firenze, la città che lo aveva bandito e che non avrebbe mai più rivisto — ma attraversa strati di significato politico, culturale e persino diplomatico che continuano a produrre effetti concreti ancora oggi, nel dibattito sulla custodia delle sue spoglie e nell'identità civica della città romagnola.

Dante arrivò a Ravenna intorno al 1318, accolto da Guido Novello da Polenta, signore della città e nipote di quella Francesca che il poeta aveva immortalato nel quinto canto dell'Inferno con una pietà che non esclude il giudizio. Aveva già alle spalle quasi vent'anni di erranza tra corti e comuni dell'Italia centro-settentrionale: Verona, Forlì, Lunigiana, Bologna, forse Parigi. Ravenna rappresentò per lui qualcosa di diverso da una semplice tappa: una stabilità, un porto, la possibilità di concludere la Commedia in condizioni di relativa tranquillità. Vi morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, al ritorno da una missione diplomatica a Venezia, probabilmente per una febbre quartana contratta nelle paludi del delta padano.

La storia della sua tomba è, a propria volta, una storia di rivendicazioni, di sottrazioni notturne e di contese istituzionali che attraversa secoli e coinvolge istituzioni quanto mai diverse tra loro: il Comune di Firenze, la Repubblica di Venezia, lo Stato pontificio, il governo italiano unitario e, da ultimo, le amministrazioni comunali delle due città che ancora oggi — con modalità rituali consolidate — si fronteggiano simbolicamente sulla questione della custodia del poeta.

Le circostanze dell'esilio fiorentino e l'approdo ravennate

Dante fu condannato all'esilio da Firenze nel gennaio del 1302, nell'ambito delle lotte tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri che stavano dilaniando la classe dirigente comunale: le accuse formulate contro di lui — baratteria, opposizione al papa, turbativa della pace — erano in larga misura pretestuose, strumenti di una resa dei conti politica orchestrata con la complicità di Carlo di Valois e del cardinale Matteo d'Acquasparta. La condanna fu seguita, pochi mesi dopo, da una sentenza ancora più grave: la morte sul rogo in caso di cattura. Dante non tornò mai a Firenze, e quella città divenne per lui il bersaglio di un rancore che percorre la Commedia come una corrente sotterranea, affiorando in invettive memorabili — quella contro Pistoia nel XXV dell'Inferno, quella contro Firenze stessa nel XXVI del Purgatorio — che sono anche, inequivocabilmente, atti di vendetta letteraria.

Il percorso che portò Dante a Ravenna passò attraverso esperienze politiche fallimentari: l'adesione alla causa degli esuli Bianchi alleati con i Ghibellini, la speranza riposta nell'intervento di Arrigo VII di Lussemburgo, morto nel 1313 prima di poter riportare in Italia un ordine imperiale che avrebbe potuto consentire il rientro. Dopo la morte di Arrigo, ogni prospettiva di ritorno si chiuse definitivamente, e Dante — che nel Convivio aveva già elaborato una riflessione sull'esilio come condizione intellettuale oltre che personale — si orientò verso una sistemazione che permettesse di completare l'opera della vita. Guido Novello da Polenta offrì quella sistemazione: un incarico come ambasciatore, una residenza, la frequentazione di un ambiente culturalmente vivace, la vicinanza dei figli Jacopo e Pietro che lo raggiunsero a Ravenna.

La morte a Ravenna e la sepoltura originaria

La missione diplomatica del 1321, che avrebbe dovuto negoziare con Venezia le condizioni di una pace tra la Serenissima e Guido Novello, si concluse con un insuccesso politico e con il deterioramento fisico del poeta: le fonti trecentesche, a partire dalla testimonianza di Giovanni Boccaccio nella Trattatello in laude di Dante, concordano nell'indicare che Dante morì febbricitante pochi giorni dopo il ritorno, senza aver visto riconoscersi i diritti di Ravenna sulle saline contese. Fu sepolto con onori solenni nella chiesa di San Francesco, dove Guido Novello fece erigere un'arca in suo onore; la volontà dichiarata del signore di Ravenna era quella di costruire un monumento degno, ma la sua caduta politica nell'anno successivo lasciò incompiuto il progetto, e per quasi due secoli la tomba di Dante rimase in uno stato di relativo abbandono, curata dai frati minori conventuali che officiavano in San Francesco.

Il primo monumento stabile fu realizzato solo nel 1483, per volontà di Bernardo Bembo — padre del più celebre Pietro — che era allora podestà veneziano di Ravenna e che finanziò di tasca propria il rifacimento dell'arca con un bassorilievo di Pietro Lombardo. L'iscrizione latina che vi fu apposta rivendicava per Ravenna il privilegio di custodire ciò che Firenze aveva perduto per colpa propria: una polemica implicita, ma tutt'altro che sottile, destinata a durare.

Il tentativo fiorentino di recuperare le spoglie

Firenze tentò più volte, nel corso dei secoli, di riavere le spoglie del poeta che aveva esiliato: la prima richiesta formale risale al 1396, ma fu nel 1519 che l'operazione sembrò sul punto di riuscire. Papa Leone X — Giovanni de' Medici, fiorentino — autorizzò la traslazione delle ossa a Firenze, e Michelangelo si offrì di costruire un sepolcro degno; i frati francescani di Ravenna, tuttavia, anticiparono la mossa con una sottrazione notturna delle reliquie, nascondendole all'interno delle mura del convento. Quando i messi fiorentini aprirono l'arca, la trovarono vuota. Le ossa rimasero murate per secoli, dimenticate o tenute segrete, fino alla scoperta fortuita del 1865 — in piena celebrazione del sesto centenario della nascita di Dante, a pochi anni dall'Unità d'Italia — quando i lavori di restauro al convento portarono alla luce una cassetta lignea contenente i resti del poeta, con un'iscrizione che ne attestava l'autenticità e raccontava la sottrazione cinquecentesca.

Quella scoperta ebbe una risonanza nazionale immediata: i resti furono analizzati, le misure del cranio registrate con il fervore positivista dell'epoca, e la custodia affidata formalmente al Comune di Ravenna. La questione della proprietà — se le spoglie appartenessero a Ravenna, a Firenze o allo Stato italiano — non fu mai risolta con nettezza giuridica, e questa ambiguità alimenta ancora oggi le periodiche riprese della controversia.

Il cenotafio fiorentino e la questione dell'olio

Santa Croce a Firenze ospita dal 1829 un cenotafio monumentale, opera di Stefano Ricci, che porta l'iscrizione Onorate l'altissimo poeta: una tomba vuota, omaggio postumo di una città che tardò secoli a riconoscere il torto inflitto. Il gesto più noto del rapporto tra le due città sulla questione dantesca è però quello dell'olio: ogni anno, in prossimità del 14 settembre — anniversario della morte — il Comune di Firenze invia a Ravenna un'ampolla d'olio destinata ad alimentare la lampada che arde nella tomba, rito istituito nel 1908 come atto di riparazione simbolica per la condanna del 1302. Il rito, interrotto durante i conflitti mondiali, è stato ripreso e si è consolidato come appuntamento civico di rilievo, con delegazioni istituzionali, letture pubbliche e cerimonie che nel 2021 — settimo centenario della morte — hanno assunto una dimensione straordinaria.

La lampada votiva è alimentata con olio toscano, e questo dettaglio materiale concentra in sé l'intera geometria simbolica del rapporto: Firenze che sostiene la luce sulla tomba di un uomo che essa stessa aveva condannato, Ravenna che accetta il tributo senza rinunciare alla custodia. La cerimonia ha una componente di teatro civile che nessuna delle due parti ha interesse a smontare, perché entrambe ci guadagnano in termini di identità e visibilità culturale.

La tomba oggi: architettura, accesso e contesto museale

La tomba di Dante si trova in via Dante Alighieri, a pochi passi dalla basilica di San Francesco, in un piccolo sacello neoclassico progettato da Camillo Morigia e inaugurato nel 1780 per volere del cardinale Luigi Valenti Gonzaga: una costruzione di dimensioni contenute, a pianta rettangolare, che racchiude l'arca marmorea con il bassorilievo trecentesco raffigurante Dante nell'atto della lettura. L'interno è semplice, quasi austero, privo delle decorazioni ridondanti che caratterizzano molti monumenti dello stesso periodo; la lampada votiva occupa una posizione centrale, e la luce che diffonde sull'arca ha un effetto che — a prescindere da qualsiasi disposizione sentimentale del visitatore — produce un'atmosfera di concentrazione visiva difficile da ignorare.

Il Comune di Ravenna gestisce l'accesso al mausoleo insieme al museo dantesco adiacente, che raccoglie materiali documentari, edizioni storiche della Commedia, oggetti legati alla tradizione iconografica del poeta e riproduzioni dei calchi cranici ottocenteschi. La visita al complesso — tomba, museo, basilica di San Francesco con la cripta allagata dove si tenne il funerale — costituisce un percorso coerente che Ravenna ha progressivamente strutturato come offerta culturale autonoma, distinta dal circuito dei mosaici UNESCO pur integrandosi con esso. Nel 2026, a cinque anni dalle celebrazioni del settimo centenario, la città mantiene un'attenzione istituzionale alta sul tema dantesco, con progetti di ricerca in corso presso la Fondazione RavennAntica e collaborazioni con l'Università di Bologna per l'edizione critica di testi legati all'ultimo periodo della vita del poeta.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.